You Could Have It So Much Better… da Kdcobain.it (Nicolò)
You Could Have It So Much Better… da Rockol.it (Ercole Gentile)
You Could Have It So Much Better… da Rocklab.it (Michele Pinto)
You Could Have It So Much Better… da Rocklab.it (Daniele Guasco)
You Could Have It So Much Better… da Exite.it (Joyello)
You Could Have It So Much Better… da Ondarock.it (Marco Bercella)
You Could Have It So Much Better… da Impattosonoro.it (Michele Lazzarini)
You Could Have It So Much Better… da Videomusica.it (Maurizio Amore)
You Could Have It So Much Better… da Sentireascoltare.it (Vale Cassano)
You Could Have It So Much Better… da Ilboss.net (Boss)
You Could Have It So Much Better… da Sonicbands.it (Adil)
You Could Have It So Much Better… da Musicboom.it (Diego Ballani)
You Could Have It So Much Better… da Kronic.it (Fabio Cagnetti)
You Could Have It So Much Better… da Ilcibicida.com (Emanuele Brunetto)
You Could Have It So Much Better… da Sensorium.it (Michele Dicuonzo)
You Could Have It So Much Better… da Musicclub.it (Mauro Carassai)
You Could Have It So Much Better… da Musicalnews.com (Ambrosia J.S. Imbornone)

You Could Have It So Much Better… da Kdcobain.it (Nicolò)
Tre milioni di copie vendute per il loro debutto, un sound volutamente accattivante e volutamente revival, che prende le mosse dal beat anni 60 fino ad arrivare alla new wave, e decine di date in tutto il mondo precedute e seguite da una folta scia di consensi. E’ questo il biglietto da visita dei quattro scozzesi di Glasgow, che con il loro secondo disco sembrano voler dire “Ehi! non siamo certo una band da un solo album noi!”. “You could have it so much better with franz ferdinand” arriva a poco più di un anno di distanza dallo straordinario debutto e dimostra come i Franz Ferdinand vogliano dichiarare di non essere uguali a loro stessi.
Non mancano certamente i brani perfettamente radiofonici come il singolo “Do you want to”, ma questa volta si sente qualcosa di più rispetto a quell’appeal sbarazzino che ha contraddistinto il primo disco. Così in pezzi come “Walk away” si avverte la vena malinconica dei Pulp, e quella rockabilly di “Evil and the heathen”. La chitarra acustica e il pianoforte di “Eleonor put your boots on” sembrano voler rendere un tributo ai Beatles così come “Fade Together” dove la ballata si tinge anche dello stile Kinks. Gli stessi Franz Ferdinand avevano descritto perfettamente questo disco prima della sua uscita con una promessa totalmente mantenuta: “questo disco probabilmente sarà musica per far piangere le ragazze…o perlomeno per far loro versare una piccola lacrima mentre stanno ballando”.
Mai parole furono più veritiere, i pezzi ballabili come “This Boy”, “You’re the reason I’m leaving” o “Well that was easy” come al solito non mancano di certo, ma la grande novità sono i brani lenti come “What you want”, che conferiscono più spessore al disco con il loro velo di oscurità. Splendida la traccia dal titolo “I’m your villain”, nella quale coesistono le due anime dei Franz Ferdinand, quella spensierata ed energica e quella più introspettiva e cupa. “You could have it so much better…” è la conferma di un talento tutt’altro che passeggero, pronto a sfornare successi e a rinnovarsi con il passare degli anni. Un disco per amare ancora una volta questi quattro ragazzi in tutto lo splendore del loro brit-style.
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You Could Have It So Much Better… da Rockol.it (Ercole Gentile)
I Franz Ferdinand sono un fenomeno. Nel bene e nel male questi ragazzi scozzesi hanno costretto la stampa mondiale a parlare di loro, conquistando, con un solo disco, una grande popolarità, visibilità e disparati consensi. E con le sue energiche e coinvolgenti performance dal vivo è riuscita a mettere d’accordo anche chi, tra i più scettici (il sottoscritto), vedeva in loro solo un altro gruppo simil-Strokes (che di energia dal vivo non ne hanno certo molta da cedere). Insomma una band che ha colpito subito nel segno.
Ora Alex Kapranos e soci tornano dopo un anno e mezzo dal botto con un nuovo disco che già dal titolo è tutto un programma: “You could have it so much better…with Franz Ferdinand”. In realtà il nuovo lavoro avrebbe dovuto intitolarsi, come il primo, solo “Franz Ferdinand”; evidentemente, per questioni discografiche e strategiche, è stato scelto un titolo differente da quello originario. Quindi i quattro giovanotti di Glasgow provano nuovamente ad irrompere nel cuore del mercato discografico con una bomba pronta ad esplodere.
Il disco parte veramente alla grande con due brani come “The fallen” e “Do you want to”: entrambi ricalcano lo stile del precedente lavoro, ma ambedue hanno una carica incredibile. Nel brano d’apertura un perfetto riff chitarristico sorregge la voce di Kapranos ed i cori alla Blur che fanno da tappeto nel ritornello; “Do you want to”, scelto non a caso come primo singolo, è una vera chicca, un brano sul quale è impossibile non saltare in piedi sulla sedia a ballare come dei forsennati, trascinati da un ritmo allo stesso tempo aggressivo e ballabile, intruglio di non facile composizione per il quale i Franz Ferdinand sono fortemente apprezzati.
Detto di questo fantastico avvio, ecco che i ritmi restano sempre veloci con canzoni sì piacevoli, ma piuttosto ripetitive che non riescono ad appassionare e coinvolgere fino in fondo, soprattutto dopo essersi spettinati con i primi due brani di altissimo livello: si parla di “This boy”, “You’re the reason I’m leaving”, “Well that was easy” e “What you meant”. Una menzione a parte la meritano indubbiamente la semi title-track “You could have it so much better” e “Evil and a heathen”, brani che vengono a prendere l’ascoltatore nella sua comoda camera, scaraventandolo direttamente sulla sudata pista da ballo di un locale indie-rock, riuscendo a ripetere, in poco più di due minuti, la “chimica” delle prime due tracce e dei grandi singoli del primo album (“Take me out” su tutti). Buon giudizio anche per “I’m your villain”, brano che alterna fasi melodiche dalle sonorità Eighties ad esplosioni chitarristiche di elevato stile e potenza. Interessanti episodi spuntano poi quando i Franz Ferdinand decidono di rallentare per un po’ le cose ed ecco “Walk away”, “Fade together”, la funkeggiante “Outsiders” e soprattutto ”Eleanor”, canzone di chiara matrice beatlesiana, ma che ricorda anche alcuni episodi à la Badly Drawn Boy, con la protagonista che corre fin sopra al leggendario roller coaster di Coney Island (New York), già luogo di provenienza degli Warriors protagonisti del leggendario film “I guerrieri della notte”.
In conclusione “You could have it so much better” è decisamente un buon disco: i Franz Ferdinand sanno suonare (e in questo lavoro lo fanno anche meglio che nel primo), scrivono belle canzoni e sono capaci di far muovere i sederini di chi ha voglia di rock’n’roll. Si potrebbe discutere sulla ripetitività di alcuni episodi, ma quando ci si trova di fronte a brani del calibro di “Do you want to”, non si può fare altro che essere d’accordo con i FF quando cantano: “Lucky, lucky, you’re so lucky!”.
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You Could Have It So Much Better… da Rocklab.it (Michele Pinto)
Come si sta lassù, come ci si sente? In cima alle preferenze di migliaia di neo rockers che attraverso di loro hanno scoperto l’esistenza di una certa new wave e del punk funk, e contemporaneamente al vertice della lista nera di chi ha deciso a priori che una copertina di NME sia inequivocabile sintomo di posticcio, che espone al pubblico ludibrio chi la (s)ventura di esservi immortalato. Ed eccoli lì, distanti ed irraggiungibili, al cospetto del secondo album, parto tanto atteso da entrambe le schiere, quella dei seguaci e quella dei detrattori, con intenzioni diametralmente opposte: “santi subito” per i Kapra-boys, recidivi senza attenuanti generiche per i Neo Con del rock. Noi non vogliamo intrattenerci oltre in queste diatribe di Biscardiana memoria, e andiamo dritti per la nostra strada, parleremo soltanto di canzoni e di “good vibrations”, e ragazzi, questo disco ne provoca a secchiate, confermando la freschezza generante del debutto, la selvaggia determinazione a smuovere gambe e cervelli, la ricerca sistematica dell’uncino melodico azzeccato, e mostrando confortanti segnali di crescita e di sviluppo. Il disco parte con una micidiale tripletta,tre fendenti ben assestati:“The fallen”, con le sue apparizioni Clashiane, il basso che rotola come meglio non potrebbe, e quei coretti che fanno pensare ai Blur e alle migliori 90’s d’Albione, a ruota il singolo “Do you want”, tra mutant disco e garage rock, passo marziale e coretti faceti, un autentico spasso che si immagina con piacere tra le mani di James Murphy e i suoi DFA( chissà cosa ne verrebbe fuori….). I Franz si portano il pallone a casa con la terza parte di questo invidiabile “hattrick”, la staffilata di “This boy”, che parte a razzo e rilascia scintille incendiarie, Liquid Liquid e Gang Of Four a braccetto, ma con una precisione, una focalizzazione dell’obiettivo, una consapevolezza pop che i loro avi post punk non sapevano e non volevano dimostrare. Fino a qui le conferme, piacevolissime dichiarazioni di intenti. Ma c’è di più, e lo dimostrano episodi come “Walk away”, e soprattutto “Eleonor put your boots on”, piccoli affreschi pop, memorie Kinksiane nel primo caso, vera e propria epifania del migliore canzoniere britannico dei 60’s nel secondo. Quello che non ti aspetteresti da loro, soprattutto per la delicatezza del tocco, per niente posticcio o ruffiano, quasi un viaggio nella macchina del tempo, un sincero omaggio, una carezza. “Evil and a heathen” fa da spartiacque tra le due canzoni appena citate, un monolite nero, un blues rock degno di Black Keys e White Stripes, tritacarne dove Who e Jon Spencer convolano a giuste e fatali nozze, laddove “You’re the reason” e’ puro Franz Ferdinand style, svelta e sempre in bilico tra magnetismo ieratico e autosberleffo, la vera caratteristica delle melodie degli scozzesi. Non distante da queste atmosfere “Well that easy”, con quei cambi di tempo oramai proverbiali, tra filastrocche da campagna e autostrade a nove corsie. Se per il primo album sono stati chiamati in causa i numi del rock americano dei primi 80, canzoni come “What you meant” denotano quanto i nostri siano egualmente debitori di trent’anni di rock britannico, dal 67 al 97. Ottimi sintetisti, per niente fuori luogo, tant’e’ che questa gemma evoca tutto e niente al contempo. E si potrebbe continuare, ma si lascia il succoso compito al lettore che vorrà provarci, almeno, segnalando solo il minuetto piano, voce e chitarra acustica di “Fade together”, altra deliziosa tisana. Questo disco si staglia di netto dalla media delle produzioni rock ed è destinato a rimanere ben saldo nei lettori per molto e molto tempo ancora. Un plauso a Kapranos e soci, capaci di guardare avanti e disegnare melodie e stacchi memorabili. Vorremmo tutti che il mondo non entrasse nella nostra cameretta e che Mtv non rendesse universali i nostri tesori, ma non possiamo farci nulla, se non drizzare l’antenna, frugare negli anfratti nella memoria, e separare i fiori dalla spazzatura. Vorrà dire che almeno al loro prossimo concerto potrete finalmente saltellare sui piedi di qualche VIP che odiate…
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You Could Have It So Much Better… da Rocklab.it (Daniele Guasco)
In un anno ne succedono di cose, cambia la gente, cambiano i costumi e la società, e così cambia anche la musica: nascono nuovi gruppi, altri muoiono, alcuni migliorano la propria arte ed altri la peggiorano vistosamente. Era più o meno un anno e mezzo fa quando usciva l’esordio col botto degli scozzesi Franz Ferdinand, e ricordo ancora con enorme piacere quella valanga di rock che mi aveva sommerso al primo ascolto, un rock fresco e sincero, non originalissimo ma comunque con un mordente e una carica che non poterono fare a meno di conquistarmi e di portare quel disco tra i miei ascolti preferiti per molti mesi. È passato appunto un anno e qualche mese e mi trovo tra le mani il successore di quel disco esplosivo, il fresco di stampa “You could have it so much better”. Solo che abbiamo appunto un cambiamento: se il disco precedente era una valanga questo nella maggior parte della sua durata è una palude. Questo perché il nuovo lavoro dei Franz Ferdinand già da un primo ascolto suona come un compitino a casa svolto pure male, scopiazzando dai vecchi quaderni dei fratelli maggiori. Con questo non voglio dire né che sia suonato male (tuttaltro) né che non sia divertente o ballabile (è comunque un disco veloce e rock), ma che a differenza del precedente lo trovo un lavoro vuoto, che puzza di vecchio, senza idee e più che altro senza quella capacità di conquistarmi che per me è un fattore fondamentale in un disco. A parte la movimentata e godibilissima “The fallen” che apre l’album e la carinissima e fresca ballata “Walk away”, unici due brani capaci di conquistarmi, il disco scorre senza toccarmi minimamente, lasciandomi nella totale indifferenza. Solo prendendo il singolo “Do you want to” vengo assalito da un senso d’inutilità di quello che sto sentendo totale, un brano totalmente innocuo e senza la benché minima capacità di darmi anche la più piccola delle emozioni. Altro esempio la mancanza di contenuti di “Evil and the heaten”, perché non basta un bel ritmo a fare un bel brano. Altra fattore a sfavore: tutta questa corrente musicale che parte dagli Strokes, passa per i brmc e arriva appunto ai Franz Ferdinand prende dalla musica di trenta/quaranta anni fa, ma certe volte (come appunto nell’esordio dei Franz Ferdinand) sa bene come dargli personalità propria, cosa che invece non accade ad esempio (plateale) con la conclusiva “Fade togheter”, questo non è per forza un difetto, ma francamente, se voglio ascoltare i Beatles ascolto i Beatles, e non gli ultimi arrivati dalla Scozia. Per concludere un album che m’ha lasciato l’amaro in bocca, totalmente privo di quella carica che me l’aveva fatto aspettare con ansia. Spero che sappiano riconquistarmi con un terzo capitolo di nuovo fragoroso e coinvolgente, nell’attesa ritorno all’esordio e mi rifaccio travolgere dalle note di “Jacqueline” e “Take me out”.
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You Could Have It So Much Better… da Exite.it (Joyello)
Ed eccoli qui al varco, dunque, i Franz Ferdinand autori due anni fa dell’eponimo album che ha, se non dato il via, sicuramente sdoganato il revival della new wave di stampo 80′s.
You Could Have It So Much Better with…Franz Ferdinand è un disco di conferma, come si confà ad ogni buon secondo album. Tredici tracce sulla falsariga di quelle del primo con anche alcune sorprese rappresentate da tre ballads acustiche a offrire un lato della band del tutto inedito. Di queste la più tracurabile è sicuramente la bruttina Fade Together che mi auguro rimarrà un capitolo a parte. Graziosa invece Walk Away che trae ispirazione dalle nichiliste ballate di The Smiths, testo incluso, mentre Eleanor Put Your Boots On è invece la più classica delle canzoni d’amore dedicata a Eleanor Friedberger dei Fiery Furnaces che (l’ho scoperto in rete) è la fidanzata di Alex Kapranos! Un album con alti e bassi ma nella sua interezza molo gradevole, fatto di pop chitarristico di ottima fattura e… destinato direttamente ai primi posti delle classifiche con tutti i pro e i contro che questo comporta, soprattutto in considerazione dell’aria di insofferenza mista a sufficienza del critico musicale che è dentro ognuno di noi.
Sarà facilissimo leggere cattive recensioni: La band di Kapranos ha optato per un’evoluzione poco rischiosa del proprio suono che in questo album è davvero molto vicino a quello del precedente con l’ostentata sicumera di aver costruito una sonorità molto personale laddove altre giovani band-clone nate sulla scia del loro successo, invece, non sono riuscite (o meglio non riusciranno).
Tranquilli, quindi: Franz Ferdinand sono qui, più Franz Ferdinand che mai! Con svisate funky (l’ottima iniziale The Fallen), flower-punk (What you meant), MaDchester (la conclusiva Outsider) ed immancabili/irrinunciabili rimandi a certa rock-disco come nel dance-tune al fulmicotone I’m you Villan che strizza l’occhio con disinvltura sia a The Knack che a Village People. Un sicuro smash hit, soprattutto da concerto. Basta: non voglio aggiungere nient’altro laciandovi da soli a scoprire questo disco che presto sarà nelle case di tutti noi (commesse della STANDA incuse).
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You Could Have It So Much Better… da Ondarock.it (Marco Bercella)
Quale singolare coincidenza: il disco dei Franz Ferdinand che esce negli stessi giorni in cui si apre la stagione venatoria. In realtà non è peregrino ritenere che le doppiette degli indie-cacciatori siano già cariche da tempo, almeno da quando apparve chiaro che l’album di debutto stava deflagrando in uno dei rari botti da ricordare in questi tempi di chart da vacche magre. Tre milioni di copie vendute non sono poche, rappresentano anzi un numero ideale: se si è fortunati, sfruttando il fattore sorpresa si guadagna (oltre che gloria e denari) persino la benevolenza degli intransigenti. E i Franz Ferdinand, da questo punto di vista, fortunati lo sono stati. Proviamo a ipotizzare: che il fenomeno fosse dovuto al fatto che un congruo numero di impallinatori di professione, solitamente scafati e perciò inclini all’abbattimento di ogni fenomeno che odori anche lontanamente di artificioso, si sia lasciato sedurre dall’innocuo ciuffetto in brit-style dei ragazzotti scozzesi? Che per questo futile motivo i Franz Ferdinand siano stati inseriti alla voce “band dal sound sbarazzino”, di quelle che fa tanto figo suonare nei party perché tanto li conosceranno quattro gatti a malapena?
Insomma, è probabile che i Nostri avessero tutta l’aria, sulle prime, d’esser destinati a una particolare tipologia di pubblico, ossia quella disposta a tollerare tutto fuorché le vendite a pioggia, Mtv e le immancabili copertine dei giornali patinati. Va bene, ce la stiamo giocando sul filo del paradosso sperando che ci perdonerete, ma ricordiamo solo quanto è accaduto all’indomani di “Take Me Out” e del pugno di hit che l’hanno seguita: un successo che cresceva in misura direttamente proporzionale ai mugugni di chi annusava, tardivamente, l’inequivocabile (?) sentore della vituperata operazione commerciale.
Preparatevi dunque ad affrontare la pletora di sentenze che spazieranno dal “si sono ripetuti” per arrivare a “quel poco che avevano da dire sta tutto nel primo album”, e in mezzo tutti i colori intermedi della stroncatura. Invece, è vero il contrario, perché fra le mille critiche che si possono muovere a “You Could Have It So Much Better” non c’è sicuramente quella di essere un lavoro uguale al precedente: laddove “Franz Ferdinand” era bonariamente chiassoso, questo è più controllato, laddove risiedevano mescolamenti di rock e di dance dai confini poco definiti, ritroviamo canzoni dall’identità più marcata (e attenzione, spuntano persino due ballate!), mentre in luogo dell’aplomb furbescamente trasandato, c’è ora la cura maniacale della produzione. Anche la scrittura prende altre strade, ed è per questo che occorre qualche ascolto in più per realizzare che le hit ci sono ancora, solo che paiono consapevolmente studiate per raggiungere un pubblico il più vasto possibile. Facile che il giochetto funzioni, poiché sappiamo bene quanto sia importante per una pop band catturare l’attenzione dei distratti, che sono poi quelli che fischiettano sovrappensiero sotto la doccia, e che a fronte di ciò non dimenticano di far trovare il cd sotto l’albero di Natale degli amici.
“You Could Have It So Much Better”, forse lo avrete capito, è un prodotto assai ruffiano, e starà a voi decidere quale accezione dare a questo termine. Innanzitutto perché sono parecchie le band da Olimpo del pop-rock a essere omaggiate con esplicite citazioni, se non almeno con una benevola strizzatina d’occhio, e poi perché il filo conduttore predilige il disimpegno festaiolo, vero marchio di fabbrica dei ragazzi di Glasgow, a qualsivoglia velleità intellettuale. Così se sono i Blur vestiti easy a far capolino nell’iniziale “The Fallen”, è il groove wave-funk che va tanto per la maggiore a permeare “The Boy”, mentre i Pulp di “Different Class” vengono presi per i capelli nell’accattivante levare di “Walk Away” ma ancor di più in “I’m Your Villain”, che trova il modo di menzionare persino i Rolling Stones più cazzoni di “Miss You” col riff della chitarra. Gli espliciti riferimenti alla 60′s British Invasion del ritornello di “Well That Was Easy” vengono appena dissimulati da quei cambi di tempo che riportano, questa volta sì, alle fortunate vicende del debutto, mentre è sfacciata la contaminazione kinks-beatlesiana che inonda le note di “Eleanor Put Your Boots On” e di “Fade Together”(quale romanticheria di titolo!), che ciononostante rimangono, diciamocelo, due ballate di gran classe.
Nel bailamme dei ringraziamenti trovano ancora posto nella title track i The Fall in una versione nemmeno troppo light nonché, in “Outsiders”, i sempreverdi Talking Heads, già più volte tirati allegramente in ballo nel primo disco. Solo sbiaditi cloni-imitatori, vi chiederete infine? Nossignori, i Franz Ferdinand un bel po’ di stoffa propria la posseggono eccome, che poi possa piacere senza riserva alcuna è tutto un altro discorso.
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You Could Have It So Much Better… da Impattosonoro.it (Michele Lazzarini)
Il secondo album è sempre il più difficile. Si rischia di riproporre le stesse sonorità e di offire un disco che rappresenta solo una copia di quello d’esordio (che, in questo caso, è stato uno dei maggiori successi commerciali del 2004, oltre ad essere apprezzato dalla critica). Tornano gli scozzesi Franz Ferdinand e, oltre che misurarsi con loro stessi, dovranno farlo anche con tutti quei gruppi che a loro si sono ispirati (chi più chi meno) e che hanno sfruttato l’onda del loro successo (come i vari the departure, the killers, the rakes e molti altri gruppi inizianti con l’articolo “the” davanti al nome…).
Dal singolo che ha preceduto l’uscita dell’album (“Do you want to”) si capisce come i Franz Ferdinand siano ben consci delle loro caratteristiche vincenti, ovvero l’orecchiabilità e la ballabilità delle proprie canzoni; basta infatti un ascolto per averne in testa il ritornello e il ritmo. Il “sound Franz Ferdinand”, si riconosce in gran parte dell’album (“The fallen”, “You’re the reason I’m leaving”); ciononostante, ci si accorge come abbiano cercato di introdurre alcuni elementi per non fossilizzarsi sulle stesse sonorità dall’album predecessore e per dare ai brani una struttura più complessa. Ne risulta un album molto più vario, dove si passa da canzoni “rock’n’roll” dove dominano le chitarre elettriche (”Evil and a Heathen”, per arrivare quasi al punk di “You could have it so much better” ), a canzoni acustiche (“Eleanor puts your boots on” e “Fade together”) di vaga ispirazione beatlesiana. Forse ci sono alcuni brani che necessitano di ascolti più approfonditi prima di essere apprezzati (“Well that was easy” e “I’m your villain”) ma questo non fa altro che aumentare lo spessore dell’album, terminante con la bellissima “Outsiders”, forse una delle canzoni più riuscite con un giro di basso continuo e dominante che costituisce da solo l’ossatura della canzone.
Per concludere, i Franz Ferdinand non steccano la seconda, consegnandoci un album con un sound riconoscibile al primo ascolto ma ricco di nuovi spunti creativi che lo portano ad essere un degno successore dell’ottimo album d’esordio. Alcuni intellettuali musicali che non avevano apprezzato il primo disco probabilmente non apprezzeranno neanche questo, ma è un loro problema…
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You Could Have It So Much Better… da Videomusica.it (Maurizio Amore)
Anticipato dal singolo Do You Want To, pubblicato in contemporanea mondiale, ecco You Could Have It So Much Better, il nuovo album dei Franz Ferdinand, registrato nello studio personale di Alex Kapranos nella campagna scozzese e mixato successivamente agli Aviatar Studios di New York. Attualmente impegnati nella registrazione del video di Walk Away, secondo singolo estratto dal cd, i Franz Ferdinand sono già candidati ai prossimi MTV European Music Awards nella categoria ”best rock”. Ascoltando l’album, si può affermare che il pop e il rock old school di fabbricazione britannica respirano un soffio di aria nuova grazie ad un lavoro che conferma in toto le potenzialità della formazione.
Tredici nuove tracce dunque per You Could Have It So Much Better, che si apre con le metalliche distorsioni di The Fallen, per poi proseguire con il singolo Do you want to e Walk Away, una ballata dal sapore country. Uno spiccato romanticismo e un ritorno alla generazione psichedelica invece per quanto riguarda Eleanor Put Your Boots On e Fade Together, brani dagli echi schiettamente beatlesiani. Il cd si chiude con Outsiders, pezzo che pare essere uscito direttamente dalla disco anni settanta.
Da sottolineare infine che i Franz Ferdinand pubblicheranno un doppio DVD il 14 novembre prossimo, con performance live registrate tra Londra e San Francisco, contenuti speciali ed interviste. Per quanto riguarda gli appuntamenti dal vivo, la formazione sbarcherà in Italia accompagnata dai Rakes a dicembre prossimo. Queste le date: sabato 17 dicembre, Milano – Palalido; domenica 18 dicembre, Firenze – Saschall; lunedì 19 dicembre, Bologna – Paladozza.
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You Could Have It So Much Better… da Sentireascoltare.it (Vale Cassano)
Ed eccolo qui, fresco di stampa, You Could Have It So Much Better (Domino / Self, 4 ottobre 2005). Un titolo (ripreso da uno dei tredici brani) che in principio non doveva esserci, in linea con il primo album e con l’idea del gruppo di non usarli, che prevedeva poi in chiusura … With Franz Ferdinand, ma che alla fine è rimasto così, come una sorta d’invito ad entrare nel loro – relativamente – nuovo universo. Relativo perché, da un primo ascolto, sembra proprio che non abbiano cambiato nemmeno una virgola a quanto già scritto: ironia a fiumi, crescendo parossistici e un’iniezione abbondante di ludica sfrontatezza. Ci sono ancora quei riff incontenibili e taglienti di chitarra (la dilaniante apertura di The Fallen, il bruciore punk scattante e nevrotico di Evil And A Heathen), i repentini cambi di tempo che in tre minuti condensano un collage di suggestioni differenti (la furia scalpitante di Well, That Was Easy smorzata dai richiami sixties), le hit martellanti e ultra adesive (la disco music da pub di I’m Your Villan e quel maledetto intreccio basso funk/chitarra di Outsiders, con i Talking Heads sempre nel cuore). Andando avanti ci si accorge poi di inaspettate carinerie, quelle piccole novità che destano maggiore sorpresa: in positivo una Walk Away che non si vergogna di rende omaggio alla The Model dei Kraftwerk con un tocco dolciastro à la Morrissey, in negativo le due ballate strappalacrime, Fade Together e Eleanor, Put Your Boots Back On che, inciampando, s’inchinano invece al cospetto dei Beatles di Abbey Road. Due episodi, questi ultimi, che probabilmente hanno il compito di avvicinare con sapiente adulazione giovani orecchie, allargando la pletora dei seguaci nel mondo, ma così svenevoli da cadere direttamente nell’oblio.
Che i Franz Ferdinand siano ancora in grado di sfornare potenziali singoli da top ten è assodato, anche a fronte di una loro maggiore – non sempre costruttiva – consapevolezza e convinzione, nonché di una produzione (in mano a Rich Costey, già al lavoro con Audioslave e Mars Volta) che punta tutti i riflettori sulle caratteristiche salienti: chitarre e sezione ritmica. Di certo non manca la materia prima, ovvero la sfacciataggine, lo sberleffo, quella genuina – ora un po’ troppo patinata – voglia di fare festa, che ancora riesce a sparare colpi vincenti. Una formula che ora pare inattaccabile e consolidata, che va dai Kinks a Bowie, passando per i Pulp e i Belle and Sebastian, fino ad arrivare ai Franz Ferdinand che rifanno i Franz Ferdinand. E a questo punto il dubbio è lecito: che i quattro scozzesi si siano divertiti un po’ troppo tra loro e loro? Stroncati no, ma deludenti sì. (6.5/10)
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You Could Have It So Much Better… da Ilboss.net (Boss)
Di un disco (forse) si dovrebbe parlare dopo un considerevole numero di giorni che lo si ascolta; soprattutto nel caso in cui se ne voglia parlare bene, benissimo.
Nonostante sia in possesso di una copia del secondo album dei Franz Ferdinand da soli nove giorni, gli ascolti sono già tanti, addirittura eccessivi e lo trovo stupendo.
Molto probabilmente non faccio testo perchè il mio amore (perchè di questo si tratta) per i quattro di Glasgow è esagerato. Sono sicuro che se facessero uscire un album di sbadigli, troverei il modo per dargli un voto almeno sufficente. Il fatto è che di questo album adoro tutto. La prima canzone The Fallen è esagerata, tirata, come deve essere una prima traccia. Fa capire che non si scherza fin dall’inizio. Subito dopo c’è il singolo che gira da qualche tempo. Il discorso non cambia; la apprezzo, muovo la testa e penso già alla prossima volta che li vedrò dal vivo. This Boy nei dieci secondi iniziali potrebbe essere il riassunto dello stile e del suono Franz Ferdinand; attacco tirato a dar la carica per cinque secondi.stop.”yeah” di kapranos e si ricomincia a darci dentro. coretti e grinta. la canzone che voglio da loro è quella. Ma a sto giro a differenza dell’altro album decidono che sono in grado di fare altro e lo fanno bene, benissimo. C’è spazio per la canzone lenta (Walk Away), e sembra di essere dappertutto fuorchè Glasgow. Vibrazioni e velocità nei due minuti successivi. La traccia più breve, la traccia da ballare, da pogare di più. Evil and a Heaten Alla numero sei c’è You’re the reason i’m leaving, l’episodio più simile all’album precedente; e chiaramente la cosa male non fa. In Eleanor Put Your Boots On giocano a fare i Beatles, e giocano proprio bene. Variazione al tema Franz Ferdinand che si può solo apprezzare quando è di questo genere. Nel testo parlano poi della ruota di Coney Island e io vado in brodo di giuggiole
Well That Was Easy dopo i primi ascolti pensavo fosse uno degli episodi deboli dell’album. Mi sbagliavo. E’ la classica grower, cambi di ritmo e urletto. Ottima anche questa. What You Meant è la traccia più allegra, la più frizzante, quella che mi diverte di più. “…We must MDMA our sentiment…” vale mezzo album!
I’m Your Villain è la canzone più 80′s. Dopo i primi quindici secondi sembra di tornare indietro di ventanni. Se proprio devo fare le pulci al disco mi sento (timidamente) di farle qui. Non mi convince tantissimo. Con You Could Have It So Much Better si rifanno alla grande e con gli interessi. Qui il post punk si confonde con il garage, il tiro è micidiale, è senza respiro, ficcante, percussivo. A oggi è tra le mie preferite dell’album. Riprendono il fiato con la successiva Fade Together, posano la batteria, spengono l’elettricità e tirano fuori un pianoforte. Perchè no! Non la ricorderemo fra vent’anni, ma va bene così. Chiudere in bellezza è un discorso che non si limita alle tracce, (adoro i finali di tutte le canzoni dei Franz Ferdinand, che non sono mai eccessivi e trascinati) ma anche a questo secondo album. Outsiders si poggia su una base che tiene alta la soglia d’attenzione. C’è l’idea che debba succedere qualcosa. In realtà non succede un bel niente, ma proprio bello. Quattro minuti strani, bellissimo modo di chiudere. E se fossi uno che scrive per pitchfork mi piacerebbe finire scrivendo un bel nove punto sei!
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You Could Have It So Much Better… da Sonicbands.it (Adil)
Molte potrebbero essere le critiche pronte a piovere sulle teste dei quattro scozzesi, ma di certo nessuno potrà accusarli di incoerenza.
La ricetta che aveva reso irresistibile, almeno per una larga fetta di pubblico anglosassone, la musica dei Franz Ferdinand rimane infatti la stessa: sonorità figlie degli anni ’80 e proprio per questo motivo impeccabili nel loro suonare così spudoratamente ruffiane. La voce di Kapranos, pur non brillando particolarmente, regge bene l’incalzante sezione ritmica su cui poggiano brani quali This Boy, I’m Your Villain o la conclusiva Outsiders. Gli episodi meno “tirati” (penso a Walk Away, Eleanor Put Your Boots On e Fade Together) mostrano invece tutti i limiti di una band che, ogni qualvolta gira a basso regime, non impressiona poi così tanto.
I Franz Ferdinand, paragonati ai nuovi e agguerriti epigoni che si sono succeduti in questi ultimi due anni, nonostante la modesta statura della loro proposta musicale si stagliano quasi come giganti all’interno della scena musicale britannica. Il primo singolo estratto Do You Want To? non ha la stessa freschezza degli esordi, o dei migliori episodi di questo secondo capitolo, ma saprà comunque farsi strada tra quei palati fini e un po’ snob che hanno ormai adottato i Franz Ferdinand. Chi invece non impazzisce per i Talking Heads, Elvis Costello e tutti gli artisti che la stampa specializzata ama accostare al quartetto di Glasgow si ritroverà tra le mani un lavoro discreto, ma niente di più. Di questi tempi non è poco, basta che ci si intenda sul fatto che You Could Have It So Much Better non è il capolavoro che alcuni vorranno farvi credere.
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You Could Have It So Much Better… Musicboom.it (Diego Ballani)
Ormai lo conosciamo bene il giochino. Funziona pressapoco così: si esalta una band ancor prima che produca un album sulla lunga distanza e dopo averne inflazionato l’immagine per mesi, la si abbandona al proprio destino più o meno in prossimità del secondo album. Tante sono le next big things che abbiamo visto naufragare fra i marosi di un’improvvisa popolarità, incapaci di gestirne i flutti e le risacche.
A volte, sempre più raramente per la verità, qualcuno riesce a porre un freno a questo gioco al massacro, creando spasmodiche aspettative verso un nuovo lavoro che, grazie ad un miracoloso equilibrio di classe e furbizia, riesce a mettere d’accordo critica e pubblico. Ci riuscirono dieci anni fa gli Oasis con quel (What’s The Story) Morning Glory che viene tuttora ricordato come uno degli dischi inglesi più venduti al mondo.
Potete scommettere che questa volta il trucco riuscirà ai Franz Ferdinand, in virtù di un album che, smussando gli spigoli del recente esordio, farà guadagnare agli scozzesi la stima di chi, fino ad ora, li ha accolti con sufficienza, oltre che l’apprezzamento di nuove e nutrite frange di pubblico.
Mettiamola così: è difficile dire se You Colud Have It… sia veramente un upgrade del fortunato predecessore. Quel che è certo è che, appena lo metti sul lettore, ti accorgi di che aria tira in casa Kapranos. E’ aria di festa: via le facce serie e i ritmi robotici dell’esordio; spazio al rock e alle melodie più solari di Beatles e Kinks. Come dire, l’alba di un neo-Brit pop.
Un brano come l’opener The Fallen è una gioia per le orecchie e per le gambe. Sulle prime potrebbe sembrare la classica marcetta a cui i quattro scozzesi ci hanno abituato, ma la quantità di testosterone e il ritornello irresistibile fanno la differenza. Sul finire, poi, la tensione si scioglie in un coro che potrebbe essere stato scritto da Ray Davies all’uscita dal pub. Eccolo il segreto del nuovo album dei Franz Ferdinand: l’aver temprato il proprio suono algido e oscuro con il calore (e il colore) della tradizione britannica.
Do You Want To non ci sarebbe neanche bisogno di presentarla: è un pezzo che si pone al di là del bene e del male; la continueremo a ballare nei dancefloor (indie e non) per i prossimi anni, e pace. Quel che importa in questo contesto è con la succitata The Fallen e la successiva This Boy, scossa dal ritmo in levare dello ska, costituisce un trittico di apertura micidiale.
Si prosegue così fra potenziali singoli, garage d’assalto e crooning di classe.
Alla metà dell’album arriva il colpo basso. Per tutta la durata di Eleanor Put Your Boots On, sembra di trovarsi sul tetto degli Apple Studios di Abbey Road. È la prima vera ballad del gruppo e Kapranos la canta con una tale dolcezza e malinconia che viene voglia di tappargli la bocca a pugni.
Ma è solo un attimo. What You Meant ci riporta in territorio kinksiano, più o meno dalle parti di Where Have All The Good Times Gone, ma con molta più voglia di ballare.
Fra tanti omaggi i Franz Ferdinand finiscono anche per citare se stessi, o meglio, quello che avrebbe potuto essere You Colud Have It…, se la band avesse continuato ad esplorare il suo lato più wave. The Outisders è un funky bianco a tinte psichedeliche, come i Talking Heads persi nello spazio, e chiude l’album nel modo più suggestivo e imprevedibile, se paragonato a quanto è avvenuto in precedenza.
Parafrasando il titolo, sarebbe stato difficile aspettarsi di meglio dai Franz Ferdinand. You Could Have It…, al di là della veloce gestazione, estende lo spettro sonoro della band e fotografa un gruppo in stato di grazia, pronto a conquistare il mondo a passo di danza.
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You Could Have It So Much Better… Kronic.it (Fabio Cagnetti)
Sono tornati, decisi a ribadire il loro ruolo di leader indiscussi e indiscutibili della new wave of new wave of new wave, a tracciare nuovamente un solco fra sé e tutti gli altri gruppi modaioli che la terra di Sua Maestà ha sfornato, con un ritmo da far invidia alla famiglia cattolica de Il senso della vita dei Monty Python, da qualche anno a questa parte. E probabilmente ci riusciranno, anche se questo secondo lavoro in studio mantiene solo in parte le promesse del folgorante esordio. Il problema è sempre quello: il limitato tempo a disposizione per sfornare i nuovi pezzi. E allora, essendo impossibile riuscire a ricreare una così incredibile striscia di pezzi da singolo, travolgenti e imprevedibili, giù di mestiere.
Dall’iniziale “The Fallen” a “Evil and a Heathen”, dalla title track a “You’re the Reason I’m Leaving”, la sensazione è sempre la stessa: gli scozzesi hanno optato per un approccio secco ed essenziale, un po’ più punk rock del solito. Questo, ovviamente, significa strutture più semplici e prevedibili e un minore sforzo creativo, ma infilando i ritornelli e i cori giusti finisce per diventare un problema secondario. I suoni sono un po’ più vintage chein passato, ma niente che renda la band men che immediatamente riconoscibile: a spiazzare sono i pezzi lenti, “Walk Away” e “Fade Together”, che possiamo tranquillamente etichettare come tentativi malriusciti di introdurre una maggiore varietà.
Ma la classe non è acqua, e un limitato numero di cartucce risulta avere la polvere assolutamente asciutta ed essere in grado di raggiungere il bersaglio: e curiosamente, le tracce migliori vengono tutte nella seconda parte dell’album, quando al primo ascolto la sensazione di stare ascoltando qualcosa di appena sufficiente inizia a far capolino. “Well That Was Easy” è il tipo di canzone che ha fatto la fortuna dei Franz Ferdinand, ricca di cambi di ritmo e cori infettivi: se stare fermi è difficile, con un pezzo della potenza di “I’m Your Villain”, ispirato, fresco e coinvolgente come poche cose nella breve carriera dei britannici, ciò diviene impossibile. E quando le chitarre più nostalgicamente new wave dell`intero lavoro aprono la conclusiva “Outsiders”, calando, con un velo di malinconia, il sipario nel migliore dei modi, sappiamo tutti che questi quattro ragazzi si prenderanno ancora una volta ciò che vorranno.
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You Could Have It So Much Better… da Ilcibicida.com (Emanuele Brunetto)
In questi indie-years che stiamo vivendo le uscite discografiche più o meno valide si contano settimanalmente sulle dita di più mani, poche riescono a destare attenzione e ancora meno suscitano reale ammirazione, con una feroce critica specializzata pronta a scagliarsi contro la giovane band di turno per una giacchetta che “sa troppo Interpol” o un giro di basso “made in Bloc Party”. Discorso diverso se l’uscita in questione è il secondo album dei Franz Ferdinand, il cui impatto nel 2004 con l’omonimo album d’esordio era stato tutto fuorché negativo. I quattro boys di Glasgow ci riprovano a distanza di un anno pubblicando You Could Have It So Much Better, dato “in pasto” ai fans l’ultimo giorno di settembre. Il singolo di lancio Do You Want To sembrava annunciare, appena una manciata di giorni prima della pubblicazione del lavoro, un degno sequel del primo capitolo, videoclip spassoso e ritmo sbarazzino in perfetto stile “Take Me Out”. Ma è ascoltando per intero l’album che ci si accorge di come i Franz Ferdinand abbiano inserito qua e la qualche lieve modifica ad un brevetto già collaudato: se appena un anno fa risuonava forte l’eco dei Talking Heads (che qui si affacciano in Well That Was Easy e nella conclusiva Outsiders), adesso i quattro pescano ancora più al largo del grande mare del rock, ispirandosi agli “scarafaggi di Liverpool” nel tessere le dolci melodie di Eleanor Put Your Boots (uno degli episodi migliori dell’intero lavoro) e Fade Together, e calcando le orme del menestrello Elvis Costello in You’re The Reason I’m Leaving. La voce di Alex Kapranos è cangiante come la pelle di un camaleonte, si adatta alla perfezione alle più svariate intonazioni, e tutti gli strumenti suonano puliti, frutto di un lavoro più ricercato in fase di produzione. L’album è davvero ottimo nel suo incedere, sono ancora pochi gli ascolti per definirlo “migliore” del suo predecessore, ma ha sicuramente le carte in regola per diventarlo, oltre ad avere il grande merito di “assestare” il sound della band a livelli d’eccellenza. Riflessione finale: siamo proprio sicuri che i Franz Ferdinand si limitino ad imitare-copiare-plagiare altre realtà indie? Non sarà forse il contrario? Nota: l’album è stato pubblicato anche in una limited edition con un dvd contenente materiale come il making of (interviste, etc.), il video del singolo “Do You Want To” ed una galleria fotografica.
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You Could Have It So Much Better… da Sensorium.it (Michele Dicuonzo)
Accolto dai fieri paladini della carta stampata con malcelata freddezza e parziale disappunto, il nuovo, secondo album degli scozzesi Franz Fedinand si rivela alla prova dell’ascolto un platter tutto sommato riuscito. Il combo che ha sdoganato lo ‘sculettamento’ presso i fruitori più ingessati, rilanciando la volontà di rivedere il pubblico femminile coinvolto sulla pista da ballo, sciorina per l’occasione un trittico d’apertura (“The Fallen”, il gettonatissimo singolo “Do You Want To” che, sia detto per inciso, suona molto meglio del ‘tormentone’ “Take Me Out”, e “This Boy”) francamente irresistibile, nonché forte di ritmi più secchi e serrati rispetto a quanto era lecito attendersi.
Nel tentativo di diversificare questi solchi, i nostri tentano la carta della ballata beatlesiana (“Eleanor Put Your Boots On”, “Walk Away”, “Fade Together”) con risultati non trascendentali, ma comunque godibili. Del resto, bisogna pur concedere qualche pausa all’assalto ‘disco-funk’ del disco, che dopo una fase centrale più interlocutoria, riprende con decisione sulla scorta delle varie “I’m Your Villain”, “Well That Was Easy” e la stessa title-track, per poi chiudere in bellezza sui ritmi rotondi dell’ispirata “Outsiders”.
Pur non inventando assolutamente nulla di nuovo (i riferimenti d’uopo sono noti, citiamo in ordine sparso Talking Heads, Kinks, Blur, Pulp e chi più ne ha, più ne metta), i Franz Ferdinand sono oramai padroni di un approccio distintivo e riconoscibile sin dal primo ascolto. Che si tratti di un ‘prodotto di consumo’ é cosa nota, il punto é che é difficile trovare qualcosa di meglio per un ascolto ‘disimpegnato’ o semplicemente per ‘sonorizzare’ decentemente un party: questi scozzesi non faranno la storia del rock, ma la loro proposta risulta divertente e contagiosa.
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You Could Have It So Much Better… da Musicclub.it (Mauro Carassai)
Qual è la magica e sublime alchimia per cui i figuri in questione finiscono per cortocircuitare nell’eccitatissimo ciclo di commenti: “ wow…fighi…frizzanti… fan…tasmagorici… fa… ceti… fan… …fan… c***!” (piuttosto che nel “fan…tastici”?) Misteri del pop. Autori di un omonimo disco d’esordio di cui si ricordano pochi episodi davvero memorabili (anche se, preso nel suo complesso, scorreva giù come aranciata in un giorno d’estate), i quattro scozzesi erano in attesa, per questo secondo album, di definitiva beatificazione dal tribunale del guitar pop elettrico. Come al solito, questa non è tardata ad arrivare, anche perché, un po’ come la tv, dischi come questo ci mostrano ogni giorno ciò che siamo. Siamo bambinoni perduti tra un mod revival da “Specials per sentito dire” e un pop punk che non sappiamo da dove venga (vedi l’opening act di “The Fallen”), siamo giovinastri clubbaioli che si accontentano dei ritaglietti di lucidità compositiva tra una wodkalemon e l’altro (vedi le godibilissme strofe di “What You Meant” smentite da ritornello virtualmente inesistente), siamo dei nostalgiconi per i favolosi anni sessanta che avremmo voluto vivere al posto dei nostri genitori (“Eleanor Put Your Boots On” è tanto sfacciatamente Beatles-iana quanto debolmente Libertines-iana) e , last but not least, siamo dei gigioni massacra-decenni (settanta o ottanta per “I’m Your Villain”?). Certo, è dura tirar fuori qualcosa di buono in un ambito in cui si è già detto di tutto e di più, e forse è per questo che anche l’agrodolce “Walk Away” non colpisce nel segno e la pur buona “Evil and a Heathen” induce a chiederci se per soddisfare la nostra ipotetica adrenalinica voglia di ballo cercheremmo mai di andare a snidarla nei resti di un cadavere. Inutile rimarcare perfino l’assoluta inutilità della title track con tanto di cantato para-Devo e della deprimente “balladona” a seguire (ma d’altronde, glie lo vogliamo dare un momento per baciare le ragazze ai nostri fans?)… tanto i sorrisi che fanno accendere albums come questo durano sempre meno oggigiorno. E, pur riconoscendo tutto il potenziale di leggiadria pop a siffatte pubblicazioni (mi sono ritrovato in più di un’occasione perfino a canticchiare) lascio tranquillamente a qualcun altro – forse a un mio olografico avatar teenager – il compito di godersele al posto mio. Per quanto mi riguarda continuo a vivere nel timore di aver sbagliato il mio giudizio sulla durata di quei sorrisi…
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You Could Have It So Much Better… da Musicalnews.com (Ambrosia J.S. Imbornone)
Geniali? Ruffiani? Gli irresistibili Franz Ferdinand con la loro ritmica fulminante e un’ironia fuori dal comune hanno conquistato il mondo della musica e sono pronti a conquistare Milano, Firenze e Bologna.
Giunti alla loro seconda prova discografica, dopo il clamoroso boom di popolarità ottenuto con il primo album omonimo, cosa dimostrano di essere i Franz Ferdinand? Smaliziati contaminatori delle più accattivanti formule della musica commerciale?Strenui difensori, nonché dotati esponenti dell’entertainment puro? Può darsi. Eppure appellativi del genere non dovrebbero suonare per loro offensivi, perché, per fortuna, in un panorama musicale sovraffollato di pseudo-divi pronti ad ergersi a miti di inarrivabile genialità, almeno loro non si prendono sul serio. Persino il pop rigurgita icone trash che non esitano a proporre brani imbarazzanti come capolavori di tutto rispetto, ma Alex Kapranos e soci, no, non fanno sul serio. Si divertono a divertire. Anche in questo disco difatti il quartetto di Glasgow elargisce progressioni ritmiche vertiginose, manciate di robusta ironia, crescendi elettrizzanti e ricchi di un’energia irresistibile e danzereccia. Sintomatica è stata la scelta della frivola “Do You Want To” come singolo di lancio: prima di una concitata e trascinante outro, il pezzo snocciola e mescola spavaldamente frasi al limite del non-sense, orecchiate al più classico dei party. La trascrizione musicale e verbale della leggera ebbrezza festaiola è perfetta. I Franz Ferdinand si presentano d’altronde davvero come un bel gruppo stiloso ed estroso, in grado di utilizzare alla meglio il linguaggio delle immagini, eppure non sono bellimbusti vagamente effeminati da copertina, né eccedono in un look troppo eccentricamente glam. Non sono nemmeno brutti, o particolarmente sporchi e cattivi: persino quando fanno qualche fugace cenno alle droghe, non aleggia su di loro un’aura maledetta. Identificarsi con questi every-men è quindi piuttosto facile e naturale. Allora il segreto del loro successo potrebbe essere la capacità di rispecchiare in modo piano ed efficace una certa gioventù spensierata e un po’ libertina?No, i FF vanno oltre. Nel loro primo disco c’erano gli ingredienti strettamente indispensabili per scatenare il diabolico meccanismo della fascinazione ritmica: gli ascoltatori erano stati così sedotti dal ritmo indiavolato di brani immediati e fulminanti. In “You Could Have It So Much Better” c’è di più di qualche tormentone usa-e-getta. La produzione di Rick Costey e della band è sontuosa e precisa. Si è persa un bel po’ di orecchiabilità, ma la contropartita sono divertenti coretti brit-pop, qualche sapiente tocco di Hammond degno di famose colonne sonore e in genere accurate stratificazioni di suoni. Persino i pezzi più acustici hanno un sound ricercato e ben poco ingenuo. Permangono invece, per la gioia dei bassists-wanna-be, i micidiali riff di basso, in evidenza come in una learner’s guide. Il citazionismo del gruppo intanto è ormai diventato cronico e costante: ecco quindi che Alex Kapranos (voce e chitarra), Nick McCarthy (chitarre e tastiere), Bob Hardy (basso) e Paul Thomson (batteria) giocano ad indossare molteplici sonorità vintage come fossero realistici costumi per un corteo storico. Gli illustri predecessori a cui possono essersi ispirati sono una caterva. C’è un tributo al glam-rock (vi ricordate i R.E.M. di “The Wake-Up Bomb”, che strizzavano l’occhio a “Velvet Goldmine”, prodotto tra gli altri proprio da Michael Stipe?), in particolare a David Bowie, che non a caso si sarebbe complimentato in passato con i quattro ragazzi, dopo aver assistito alla loro veloce ascesa nel mondo della musica internazionale; si intravede tra il lusco e il brusco l’anima graffiante del punk, nella scatenata “This Boy” vibra lo ska tipico di un gruppo pre-Franz Ferdinand di Kapranos, gli Amphetameanies, mentre nel groove della camaleontica e travolgente “I’m Your Villain” si sente una non inedita eco di dance, ma qualcuno potrebbe persino giurare di averci visto il fantasma di una “Another One Bites the Dust” dei Queen. Al delizioso basso un po’ sommesso del John Deacon dei seventies, ma soprattutto agli struggenti brani piano e voce scritti da Mercury si riallaccia più chiaramente d’altronde la bella “Fade Together”. Già, perché, udite, udite, in questo disco i FF non si fanno nemmeno mancare le ballate. Kapranos ha infilato infatti nell’allettante pacchetto del disco anche una spremuta di cuore per la sua ragazza, “Eleanor Put Your Boots On”, che forse ha un testo un po’ maldestro e insipido, ma risveglia senza dubbio il beatlesiano che sonnecchia nel cuore di ogni appassionato di musica, inglese o meno che sia. Quasi si stenta a credere infatti che questo pezzo non sia il trascurato lato B di una “You’ve Got to Hide Your Love Away”; d’altra parte qualcosa da nascondere anche questo gruppo ce l’ha. Non facciamoci ingannare dalla spruzzata di allusività a buon mercato che condisce i testi. Le apparenze quasi “carnevalesche” esorcizzano la paura della solitudine, della fragilità emotiva, dell’imperfezione e dell’insoddisfazione, da cui si cerca di fuggire rifugiandosi nelle notti brave dei club. I versi dei Franz tentano di ostentare un’impermeabilità ironica, cinica e orgogliosa nei confronti della sofferenza, ma qui e lì è evidente un po’ di fatica nel trattenere le lacrime (“I’m figthing not to cry”, recita precisamente “You’re the Reason I’m Leaving”). E’ questo anche il mood sostanziale dello splendido secondo singolo “Walk away”; non si pretende che la recita possa funzionare per davvero: i sentimenti contraddittori che avevano costituito già l’anima dell’originale “Auf Achse” diventano così il cuore di “Well That Was Easy”, che sfoggia i bei cambi di ritmo ormai marchio di fabbrica della band e un’accelerazione rock, potente come una staffilata. I testi dei FF hanno acquisito spessore e certi versi particolarmente indovinati mostrano una ricchezza poetica inattesa (cfr. “Evil and Heathen”, l’iconografia religiosa della traccia di apertura, “The Fallen” e la vaga polemica sociale della title-track). E’ vero, non si perdona a questo gruppo di non crogiolarsi nella malinconia claustrofobica, ossessivamente introspettiva di un certo rock più profondo e sofferto, o, meglio ancora, di un indie molto osannato, popolato da giovani emaciati dall’aria un po’ sfigata. I Franz Ferdinand probabilmente soffrono troppo poco e ogni tanto sono troppo cool per apparire “alternativi”. Però costituiscono un’alternativa ai tipici artisti dell’indie iper-sperimentale sempre molto post (rock e non solo), di cui costituiscono appunto anche un alter-ego più gioviale e disincantato. Sul palco o sul carrozzone colorato del rock, loro recitano la loro parte, mostrandoci apertamente, divertiti, il loro copione e nel frattempo sdrammatizzano le tante, solite angosce e i disagi esistenziali contemporanei. Non chiediamo loro di essere seri, come loro non ci chiedono di essere presi troppo sul serio. Non chiediamo loro di cambiare la storia della musica. Non ci hanno promesso in fondo nient’altro che divertirci e girls (and boys) just want to have fun. Sometimes.
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