Franz Ferdinand da Videomusica.it (Fabrizio Roych)
Franz Ferdinand da OndaRock.it (Cristian Degano)
Franz Ferdinand da kalporz.com (Max Cavassa)
Franz Ferdinand da Musicboom.it (Luca Fusari)
Franz Ferdinand da Mp3.it (Maria Savarese)
Franz Ferdinand da Smemoranda.it (l’Alligatore)
Franz Ferdinand da Kdcobain.it (Nicolò)
Franz Ferdinand da Rockol.it (Ercole Gentile)
Franz Ferdinand da Rocklab.it (Francesco Sciarrone)
Franz Ferdinand da Sentireascoltare.it (Valentina Cassano)
Franz Ferdinand da Kronic.it (Nicolò Mulas)
Franz Ferdinand da Ilcibicida.com (Vittorio Bertone)

Franz Ferdinand da Videomusica.it (Fabrizio Roych, 25 marzo 2004)
Saltare fuori dal mucchio, e non dalle spalle di un gigante come Bmg, Universal, Sony, ma dalla Domino. Da una piccolissima dell’indie-rock, i Franz Ferdinand sono finiti nelle grazie della critica e negli stereo di una folla di persone, magari le stesse che avevano finalmente scorto fra la folla la sagoma blues degli White Stripes. I Franz Ferdinand invece riescono a fare il botto col primo album. Ep e tam tam popolar-culturale avevano già preparato la rincorsa, ma il fragore di questo debutto basta a promuovere la band, priva di singoli e investiture particolari, priva di mentori e garanti, ma dotata di un suono infallibile. Per i Rapture, un fenomeno recente fra i tanti, c’è stato bisogno del sostegno e della guida della critica. I Franz Ferdinand camminano illuminati dalle proprie stesse chitarre, e producono note della pesantezza nobile dell’oro e del marmo. Un qualità che entra subito, prima ancora di aprire gli occhi e misurargli le forme.
Un’apertura recitata, alla Quentin Tarantino, ed è subito un buon presentimento. “Jaqueline” parte a voce sola, e decolla con un roteare da elicottero, ciclico, aperto e cupo insieme, e potente di una potenza rockettara persino retrò. Un esordio che si amalgama col resto dell’album, ma l’album è una marcia. Chi ha pratica con quelle tristi sagome, scorgerà alle spalle delle canzoni dei Franz Ferdinand l’ombra flebile dei Joy Division. I Joy Division sotto antidepressivi, in piedi, liberi dall’angoscia ma fatti di strada e cemento. La festa dei Franz Ferdinand si può insomma collocare nella stradaccia buia in mezzo alla foresta della new wave e pargoli successivi. Ma qui la strada è venuta fuori al sole. Le chitarre e le percussioni, la voce, spazzano via i detriti e saltellano. Il singolo “Take Me Out” più degli altri ricorda i progenitori, e inscena l’aspetto muscolare dei FF. In cerca di influenze, ci sarebbe qualcosa di art-rock, o una base di pop anni ’80 (la pianolina, “40’”…), ma appunto non c’è una rotta affidabile da studiare prima dell’ascolto. L’idea dei Ferdinand è abbastanza elaborata e schietta da farsi scuola da sé. Basta cercare di contare le anime di una canzone, nemmeno fra le più belle, come “The Dark of the Matinée”. Bisogna arrendersi alla bellezza, e non temere fregature. Di trucco ce n’è, ma la merce è genuina, e non è saggio ritrarsi dal bacio con tanta avvenenza. Frasi abbattere dall’onda, è la raccomandazione. Dopo, solo dopo, alzarsi e pensare.
Una storia da consumare sul posto, selvaggia e viscerale. Oppure la convivenza, la conoscenza profonda, i rischi e i compromessi. Quale sia il rapporto che si sceglierà con i Franz Ferdinand si scoprirà soddisfazione e pieno appagamento, anche se il peso specifico e la turbolenza terranno a distanza qualche timido, e qualche spirito quieto. Per chi pensa ai classici della musica e vede gli anni quando il rock contava più della cultura dell’immagine, non accetterà la grandezza dei Franz Ferdinand. Ed è saggio – ci mancherebbe – aspettare la sentenza del tempo. Ma intanto, farsi abbattere dall’onda. Per rialzarsi ci sarà tempo.
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Franz Ferdinand da OndaRock.it (Cristian Degano)
Il nome fa riferimento proprio all’arciduca d’Austria la cui morte, avvenuta il 28 giugno 1914, diede inizio alla Prima Guerra Mondiale. Curioso, certo, e volto a rimarcare l’insostituibilità weberiana degli accadimenti storici, l’importanza di singoli piccoli eventi che cambiano il corso di migliaia di esistenze. Questo album forse non arriverà a tanto, ma nella sua esuberanza compositiva, nella sottile ironia perversa dei testi, nella postura a tratti sprezzante del tessuto sonoro, appare essere uno spartiacque dell’anno appena cominciato, giano bifronte che raccoglie il passato contestualizzandolo e aprendo la strada al futuro. La storicità, già evidenziata dal nome scelto dalla formazione inglese, gli appartiene, eppure è attraversato da una inafferrabile e quasi nietzscheana volontà di superamento, di abbattimento di ogni inutile nostalgia elegiaca in nome di un robusto sound che epicamente attraversa la storia musicale del secolo scorso superandola: i Sixties, rappresentati dalla roboanti chitarre di metallo, i Seventies dalle accentuazioni glam del ritmo (basso-batteria a unire le forze creando un effetto di magniloquenza e imponenza come il Bowie di “Low” e “Heroes”), gli Eighties dalle melanconiche tastiere così lontane eppur così vicine, i Nineties da certa stravaganza sboccata e naiv che ricorda i Pavement più anarchici e irriverenti. Eppure, ascolto dopo ascolto, insorge la sensazione di percepire qualcosa che va ben oltre tutto ciò, svelando dietro l’orecchiabilità più classicamente rock dei pezzi una complessità sonora ignota ad altre formazioni a cui il quartetto potrebbe essere paragonato (Strokes, The Kills), e figlia della migliore tradizione albionica: The Smiths, Bauhaus, The Clash, oltre a certe deliziose intrusioni elettroniche di matrice dance.
I testi poi, danzanti sulla musica come se attraversati da un’ineluttabilità fatale (“devono stare lì e non altrimenti”), si legano tra loro attorno al tema portante della follia creativa generata dall’amore nelle sue più sataniche e brumose forme, così da ricordare tanto le trasgressioni perverse di Mick Jagger quanto i dirupi dell’animo del primo Nick Cave.
Ci scontriamo con la potenza quasi nullificante dello sguardo dell’altro (Sartre) in “Jacqueline”, con la solitudine rassegnata di “Tell Her Tonight”, con la dannazione eterna scaturita dal peccato di “Auf Achse” (“It’s with your sins that you have killed me”), con la libidine platonica di “Darts Of Pleasure”, con l’amore lussuriosamente omosessuale di “Michael”. Il tutto sorretto da un suono robusto, imperiosamente ondivago e mai stanco, megalomaniacamente pago e soddisfatto di sé.
Non state a sentire tutti coloro che un po’ spocchiosamente vi diranno che l’originalità latita in questo lavoro, che tutto è già sentito, che non vale la pena di spendere del denaro per un’opera di scribacchini inesperti come questi. Mentono. Non hanno scorto l’infinito oltre la siepe, o per lo meno i delimitati ma emozionanti spazi di là da quella.
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Franz Ferdinand da kalporz.com (Max Cavassa)
L’album d’esordio degli scozzesi Franz Ferdinand rappresenta indubbiamente la grande sorpresa del 2004, sorpresa peraltro annunciata già alla fine dell’anno precedente dall’uscita del folgorante singolo d’esordio “Take me out”, il quale ha scatenato la famelica stampa inglese nell’ormai stanco rituale della caccia al gruppo che si sobbarchi il fardello della pesante eredità dei soliti Beatles, Stones e giù fino agli Oasis.
Il quartetto – che prende il nome dal principe asburgico assassinato a Sarajevo nel 1914, delitto che fu la goccia che fece traboccare il vaso pieno di odio tra le nazioni e che scatenò la Prima Guerra Mondiale – nasce a Glasgow, città che ripetutamente torna alla ribalta della musica britannica grazie alla sua scena sempre vitale e attenta alle novità, città in qualche modo ancora operaia (che termine desueto!) dove la rabbia e la segregazione s’incanalano a volte in significativi percorsi artistico-culturali. In breve tempo i FF trovano la loro ideale base logistica presso una casa abbandonata da loro occupata, chiamandola con ironica pretenziosità Le Chateau. Qui i ragazzi del luogo vengono velocemente attirati dai concerti estemporanei della band, che si trasformano sovente in grandi feste nelle quali la gente balla forsennatamente. E questo è proprio l’obiettivo dichiarato dal leader Kapranos, fare ballare tutti, specialmente le ragazze: un approccio da rock and roll primordiale!
Si può affermare con sicurezza che l’album non è altro che la fedele ripresa dell’energia sprizzata dai FF durante le loro esibizioni e l’opening track, “Jacqueline”, è un felice compendio di dolcezza e potenza: l’inizio lirico ed evocativo modello Smiths s’infrange contro un giro di basso duro e arrabbiato che introduce un bellissimo impasto New Wave marca 1978/79. “Tell her tonigt” è sincopata, dal testo divertente e ironico, con qualche debito musicale verso i Gang Of Four. “Take me out”, il singolo d’esordio, ha un inizio strepitoso, tiratissimo, che cala ritmicamente per trasformarsi in un disco punk irresistibile. “The dark of the matinée”, “Cheating on you” e “Darts of pleasure” sono probabilmente i picchi del lavoro.
La prima è semplicemente un instant classic, una canzone pop perfetta, grintosa e contemporaneamente piena di dolcezza, un biglietto di sola andata per la fama duratura. “Cheating on you” è bestiale, il testo è semplice come un rock and roll anni ’50, la grinta è primitiva, come se tutta l’animalità e la sensualità che il rock sa esprimere fossero qui condensate. “Darts of pleasure” è un gioiello pop tout court, con un finale (in tedesco!) roboante e liberatorio da far tremare le pareti. Tra echi di Talking Heads e XTC (“This fire”), ammiccamenti bipartisan a ragazze (in quasi tutti i pezzi) e ragazzi (“Michael”), FF si chiude con “40’”, un finale che nella sua inattesa morbidezza (a tratti interrotta da ampi squarci di acidità filo-psichedelica) appare come una porta aperta su future tendenze artistiche del pimpante ensemble scozzese.
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Franz Ferdinand da Musicboom.it (Luca Fusari)
Cosa volete che vi dica? Che è il disco dell’anno? Va bene: l’esordio dei Franz Ferdinand è il disco indie-rock dell’anno, la perfetta summa di tutte le tendenze più ‘in’ di questo momento musicale. Fresco, divertente, brillante, intelligente, ballabile.
O volete che vi dica che è una sòla? Avete ragione anche voi: il disco dei Franz Ferdinand è solo un prodotto furbo, la giusta miscela di charleston in levare, casse-in-quattro, ritornelli ganzi e chitarre ‘stile new wave’, da schifare a priori perché debitore, stilisticamente parlando, di almeno tre altre generazioni di rockers.
La verità è che questo disco lo sto ascoltando da un mese e non potrebbe fregarmene di meno di parlarvene tirando in mezzo chissà quale paradigma culturale-sociologico. È un album di moderna musica pop, in quanto tale fa benissimo il suo lavoro (lo si memorizza tutto con facilità, tre o quattro canzoni sono ottimi singoli, reali o potenziali), e dato che in questo periodo le pubbliche relazioni dell’etichetta della band (la Domino) stanno funzionando più che bene, nei circoli più fighi (anzi, in quelli fighissimi, perdonami Ilario) ne stanno parlando un po’ tutti.
Cos’altro volete che vi dica, che mi piace ascoltarlo in macchina?
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Franz Ferdinand da Mp3.it (Maria Savarese)
I Franz Ferdinand, si incontrano nel 2001 grazie alle comuni passioni culinarie a Glasgow. Questi i numeri: un milione di copie vendute con l’album d’esordio, la conseguente proposta di scrivere un nuovo inno nazionale del proprio paese in occasione del prossimo campionato mondiale di calcio e il Mercury Prize (premio conferito all’industria discografica britannica per il miglior prodotto pubblicato nell’anno) assegnato alla Domino Record Company, ultimo tassello di un’ascesa che gli ha valso lo scatto vincente su degnissimi centometristi del calibro di Belle & Sebastian, The Streets, Keane e Snow Patro. Scusate se è poco.
Questa la squadra: Alex Kapranos, voce e frontman della band, Robert Hardy ai giri di basso e Nicholas McCarthy titolare dei riff di chitarra. Seppur giovani i precoci Scozzesi riescono a stupire, con suoni ingannevolmente vellutati che successivamente graffiano, arrivando a tratti quasi a stridere. La grinta di The Dark of Matinee ‘Ti incanto e ti parlo dei ragazzi che odio/ di tutte le ragazze che odio/ di tutte le parole che odio/ i vestiti che odio./ Come non sarò mai nulla di quello che odio’ sarà espressa nelle cadenze ritmiche, mentre il gioco di crescendi in ‘Take Me Out e Cheating On You’ vi porterà all’inevitabile tamburellare sulla prima superficie a portata di polpastrelli. Troverete un lavoro che parla dell’energia che, bruciando come un fuoco (This Fire) può portare alla perdita del controllo, o spingere a sperimentare nella musica come nella vita ‘Amo sentire che c’è sempre qualcosa di cui ho bisogno’ – Come On Home.
Energia che sfocia nella creatività come quando in Darts Of Pleasure un’eccentrico finale in tedesco viene accompagnato da un testo non meno bizzarro (‘Ich heisse Superfantastisch! Ich trinke Schampus und Lachsfisch! Ich heisse Su-per-fan-tas-tisch!’ – ‘Mi chiamo superfantastico, bevo shampoo con salmone, mi chiamo superfantastico’). Sembra proprio che il farsi travolgere faccia parte del bagaglio genetico della band: Paul Thomson partendo dallo studio del piano e del basso, si è trovato ad essere il batterista! Cosa ha portato dunque i Franz Ferdinand a cavalcare la cresta dell’onda? L’iniziale ingrediente è stato: produrre un disco che creasse la tipica situazione di festa tra amici, con ragazze che ballano ed ore passate in allegria.
Aggiungeteci poi un pizzico di sottile ironia nei brani ed una sfacciata voglia di disconnettersi dai drammi abituali per vivere la quotidianità con leggerezza (“E’ sempre meglio in vacanza/ si sta così tanto bene in vacanza/ questo è il motivo per cui lavoriamo solo quando abbiamo bisogno dei soldi” – Jacqueline), ed avrete la ricetta vincente. Va infine detto che il nome del gruppo è dedicato alla figura di Francesco Ferdinando, arciduca d’Austria, anticonformista nella vita privata quanto protagonista di quello che si ritiene sia stato l’avvenimento scintilla della Prima Guerra Mondiale. Anche se in campi diversi, come il loro omonimo predecessore i Franz Ferdinand hanno acceso una miccia nel panorama contemporaneo, sta a loro dimostrarci quanto siano in grado di arrivare alla definitiva esplosione finale.
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Franz Ferdinand da Smemoranda.it (L’alligatore)
Tutti ci ricordiamo quell’arciduca austriaco ucciso a Sarajevo nel 1914, scintilla che appiccicò il fuoco della Prima Guerra Mondiale. In quest’epoca, dove la guerra è tornata di stringente attualità nell’emisfero occidentale, un gruppo proveniente da Glasgow si è impossessato del suo nome, e, a forza di un pop malinconico e ballabile, incendia le classifiche di mezzo mondo. Si richiamano ai Television e ai Roxy Music, ricordano vagamente i Talking Heads, sono in quattro e il loro omonimo disco non è niente male. Quando il cantante Alex Kapranos, amico dei vicini di casa Belle & Sebastian, con la sua voce calda e intensa apre il cd, s’intuiscono subito le potenzialità della giovane band. Il pezzo, “jacqueline”, parte lento, con una chitarra acustica in sottofondo e la sola voce di Kapranos, per poi aprirsi ad un rock elettronico debitore di certe atmosfere new wawe anni 80. E il cd, che cresce di canzone in canzone, è tutto così. Vi ritroverete nella vostra cameretta a battere il piedino come l’Alligatore fa con la sua coda, perdendovi dietro un indimenticabile basso nella struggente “the dark of the mattinée”; per non dirvi dell’intensa “auf achse” che la segue, o del possente glam-rock di “michael”, del melanconico pezzo ritmico da classifica “come on home”…
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Franz Ferdinand da Kdcobain.it (Nicolò)
E’ palese che la Gran Bretagna sia una fucina di talenti di straordinaria fattura e gli scozzesi Franz Ferdinand ne sono l’ultima prova vivente. Amanti dell’art-rock votato al glam e alla new wave tenete le orecchie aperte perché questo è forse il gruppo definitivo per tutti coloro che a partire dagli Interpol fino ad arrivare ai Rapture hanno rispolverato dischi dei Duran Duran, Talk Talk, New Order o addirittura Devo e Gang of Four. E’ infatti proprio un mix dei sopracitati stili, il risultato di questo straordinario album dei Franz Ferdinand, un disco che già dai due singoli, “Darts of Pleasure” e “Take me out”, prometteva scintille. E le aspettative sono state interamente ripagate, perché ascoltando le undici tracce del disco omonimo, ci si accorge che da giri di accordi di tastiere o chitarra apparentemente semplici nascono melodie che entrano in testa e non escono più per giorni come “Tell Her Tonight” che riassume, in poco più di 2 minuti, il post-punk dei Devo e il glam-rock dei New York Dolls.
Ma le sorprese sono solo all’inizio, ogni brano infatti porta con sé una irresistibile carica esplosiva che può traspirare da un ritmo ben assestato tra strofa e ritornello come in “Mantinee” o dal falsetto di Alex Kapranos che affiora da un momento all’altro in una atmosfera sempre in bilico tra la disco e il dark come nella splendida “Auf Asche”. Si passa da brani dalle parvenze più “dance” ad altri che giocano in maniera particolare con il rock’n’roll come “Cheating on you” dando forma ad uno stile personale fatto di ritmi stoppati e sincopati come in “This Fire” forse uno dei brani più belli del disco. “Darts of pleasure” è sicuramente il brano che può riassumere il singolare songwriting dei Franz Ferdinand perché fonde tutte le componenti già citate regalando in più l’effetto sorpresa di un finale in stile beat. Insomma una band come questa che, seppur mixando svariati generi già sentiti, propone un disco che appassiona per ogni ritmo o ritornello e non perde colpi fino all’ultima traccia, non può non ricevere il giusto riconoscimento per il proprio talento sopra le righe che prende addirittura il nome dall’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo che venne assassinato da un fanatico nel 1914 dando il via alla Prima Guerra Mondiale.
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Franz Ferdinand da Rockol.it (Ercole Gentile)
Dopo i giudizi positivi della stampa d’oltremanica e l’uscita di due EP, l’attesa per questo disco d’esordio degli scozzesi Franz Ferdinand è stata forte.
Ascoltando il CD ci si accorge immediatamente che questi quattro ragazzi di Glasgow (prodotti da Tor Johannsen, già con Cardigans e A Camp) ci sanno fare, e suonano una musica che impedisce di rimanere fermi; ma dopo qualche ascolto si scopre anche che probabilmente, al contrario di quanto affermato dalla rivista britannica NME, questa non sarà “la band che cambierà la vostra vita”.
Si deve comunque ammettere che i Franz Ferdinand hanno raggiunto lo scopo che si erano prefissi quando si formarono nel 2001: “suonare musica rock che facesse ballare la gente (ed in particolare le ragazze!)”. “Franz Ferdinand” concentra nella parte iniziale le tre canzoni migliori dell’album: “Jacqueline” si scatena con una melodia prepotente dopo aver messo in risalto le doti del cantante Alex Kapranos; i cori di “Tell her tonight” rimandano esplicitamente alle atmosfere beatlesiane; l’irresistibile “Take me Out” conquista con la sua grinta e la sua energia, nonostante nei primi cinquanta secondi le similitudini vocali tra Kapranos e Julian Casablancas (cantante degli Strokes) siano davvero notevoli.
Il disco prosegue con il riff trascinante di “The dark of matinee”, con qualche cenno al sound new-wave anni ’80 (la parte iniziale di “Auf achse”), e fa danzare con il fuoco di “This fire”, il cui ritornello è uno di quelli che galleggiano per giorni e giorni nella mente. Il primo ed efficace singolo “Darts of Pleasure” apre la seconda parte dell’album, ma questa è l’ultima perla di un lavoro che, da qui in poi, si avvia verso la conclusione senza ulteriori picchi mantenendosi molto (troppo?) vicino alle atmosfere musicali di Strokes e Interpol. “Franz Ferdinand” non si aggiudicherebbe sicuramente un eventuale premio per l’innovazione musicale, ma è comunque un buon album. Il quartetto scozzese sa fare meglio di molte altre band che sono proliferate in seguito al fenomeno artistico e commerciale Strokes (si pensi, per esempio, ai Jet) ed inoltre conosce la formula giusta per far ballare il rock: se avrà il coraggio di osare qualcosa in più, il suo prossimo lavoro magari non cambierà la nostra esistenza, ma potrebbe veramente stupire.
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Franz Ferdinand da Rocklab.it (Francesco Sciarrone)
Sembra uno che pompa come 4, in realtà sono 4. E pompano come 8. I Franz Ferdinand sono un quartetto di Glasgow che dire esplosivo è dire poco. Lo ammetto, sarò un po’ di parte, ma non è colpa mia… E’ questo maledetto disco che mi ha conquistato col suo sound e le sue canzoni coinvolgenti e pop. Musicalmente i franz ferdinand potrebbero essere accostati agli Strokes, ma aspettate prima di dire o pensare “ancora Strokes? che palle!”. Non ci troviamo di fronte al nuovo Is This It (nè tantomeno al riciclo di Room On Fire) qui il disco coinvolge molto, ma molto di più, e assieme alla band di new york si potrebbe tirare in ballo un’altro americano:S.Malkmus dei Pavement, soprattutto per una questione di suoni. Tutti gli strumenti appaiono secchi, senza eccessivo uso di effetti o pedali, nudi e crudi. Non c’è neanche un massiccio intervento da aprte della tastiera – anche se è presente in alcuni brani- e in generale si potrebbe star certi che la resa dal vivo del gruppo sarà uguale al 90% a quella del disco.
Ma il vero punto di forza, come dicevo, non è certo la parte tecnica, ma quella emotiva: le canzoni si insinuano sin dal primo ascolto e rimangono fissate in mente, e sono per di più tutte sia interessanti che divertenti. Il singolo apripista – Darts of pleasure- nè è un perfetto esempio: una canzone pop da 3 minuti ma con un groove incredibile. Fate attenzione al lavoro della batteria in tutta la canzone, e al suono del basso spiccato e deciso. E di un perfetto mix di groove e riff si parlerà per tutto il disco visto che difficilmente i Franz Ferdinand si lasciano andare a schitarrate stile noel rock anzi, ma basano tutto su quei fraseggi, quelle 3 note di seguito che tutti avremo almeno una volta suonato ma sulle quali loro hanno creduto più di noi.
Un disco veramente ben prodotto e ben suonato, con un gran potenziale e una buona dose di singoli. Un ottimo modo per iniziare il 2004.
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Franz Ferdinand da Sentireascoltare.it (Valentina Cassano)
Dopo un paio di fortunati singoli usciti nel 2003, finalmente pubblicano il loro omonimo debutto (Domino / Self, febbraio 2004) e sul carro dell’emul-rock salgono anche loro, portando però un po’ di sana spensieratezza (e di esperienze festaiole alle spalle gli scozzesi ne hanno): un indie rock con ascendenze wave, tendente ai ritmi disco dai colori sgargianti. Chiaro e lampante rimane l’intento di rimestare forme e stili così compiuti da risultare, oggi, unità minime di suoni e significati – tanto da far scattare l’(in)conscio giochino del “questo somiglia a…” -, ma altrettanto evidente e prorompente è la carica godereccia sparpagliata a casaccio nelle undici tracce. Lo esprime bene l’intro acustico di Jacqueline (alla maniera dei conterranei Belle and Sebastian), che subito si dà un tono con un basso smaccatamente Pixies, chitarre rabbiose e ritmo sincopato; oppure la dance hendrixiana di The Dark Of The Matinee , seguita dai synth crudi e dal basso incalzante in Auf Achse (Depeche Mode meets Human League) e in This Fire (dagli echo doorsiani, tra Gang Of Four e Talking Heads).
E’ intrattenimento, eccitazione. E’ un gruppo di amici che si diverte (e vuol divertire) suonando. Una scrittura agile, sinuosa, impertinente che non fa mistero delle proprie ascendenze, da cui però fuoriesce l’urgenza di contrastare – in qualsiasi modo – il disagio, l’insofferenza esistenziale, prendendo a prestito la new wave (dai Television ai Bauhaus passando per New Order e Visage) per metter su quello spettacolo finto-sbarazzino urlato dal singolo Take Me Out (dentro c’è tutto quel Sound Of Young Scotland dei Josef K, dei Fire Engines, degli Orange Juice). Ruffiani e cazzoni nel punk funk di Come On Home (con respiri Radiohead primordiali) e nelle battute Gang Of Four di Tell Her Tonight, corrosivi e dissonanti come i Sonic Youth in Cheating On You e Michael, stregati dall’oscurità di Cave e dal fascino di Cocker in 40 Ft.
Undici tracce dal tiro azzeccato, che funzionano meglio in versione single, come se ogni volta ci si imbucasse ad una festa diversa, giusto il tempo di fare due salti e bere qualcosa di fortemente alcolico. Ai postumi ci penseremo domani… (7.0/10)
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Franz Ferdinand da Kronic.it (Nicolò Mulas)
E’ ormai assodato che la Gran Bretagna sia una fucina di talenti di straordinaria fattura e gli scozzesi Franz Ferdinand ne sono l’ultima prova vivente. Amanti dell’art-rock votato al glam e alla new wave tenete le orecchie aperte perché questo è forse il gruppo definitivo per tutti coloro che a partire dagli Interpol fino ad arrivare ai Rapture hanno rispolverato dischi dei Duran Duran, Talk Talk, New Order o addirittura Devo e Gang of Four. E’ infatti proprio un mix dei sopracitati stili, il risultato di questo straordinario album dei Franz Ferdinand, un disco che già dai due singoli, “Darts of Pleasure” e “Take me out”, prometteva scintille.
E le aspettative sono state interamente ripagate, perché ascoltando le undici tracce del disco omonimo, ci si accorge che da giri di accordi di tastiere o chitarra apparentemente semplici nascono melodie che entrano in testa e non escono più per giorni come “Tell Her Tonight” che riassume, in poco più di 2 minuti, il post-punk dei Devo e il glam-rock dei New York Dolls. Ma le sorprese sono solo all’inizio, ogni brano infatti porta con sé una irresistibile carica esplosiva che può traspirare da un ritmo ben assestato tra strofa e ritornello come in “Mantinee” o dal falsetto di Alex Kapranos che affiora da un momento all’altro in una atmosfera sempre in bilico tra la disco e il dark come nella splendida “Auf Asche”.
Si passa da brani dalle parvenze più “dance” ad altri che giocano in maniera particolare con il rock’n’roll come “Cheating on you” dando forma ad uno stile personale fatto di ritmi stoppati e sincopati come in “This Fire” forse uno dei brani più belli del disco. “Darts of pleasure” è sicuramente la traccia che può riassumere il singolare songwriting dei Franz Ferdinand perché fonde tutte le componenti già citate regalando in più l’effetto sorpresa di un finale in stile beat. Insomma una band come questa che, seppur mixando svariati generi già noti, propone un disco che appassiona per ogni ritmo o ritornello e non perde colpi fino all’ultima traccia, non può non ricevere il giusto riconoscimento per il proprio talento sopra le righe. Singolare è l’idea di prendere il nome per la band dall’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo che venne assassinato da un fanatico nel 1914 dando il via alla Prima Guerra Mondiale.
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Franz Ferdinand da Ilcibicida.com (Vittorio Bertone)
Scent of the 80’s music. I Franz Ferdinand fanno musica anacronistica. Franz Ferdinand è un album anacronistico. Fin qui nulla di nuovo sotto il sole, il primo lustro del millennio, si sa, non passerà di certo alla storia per originalità, né potrà essere minimamente accostato ai fasti dei “fratelli” anni novanta, eppure questi quattro simpatici spilungoni scozzesi, pur non stravolgendo la regola, servono un piatto che li differenzia dal resto degli altri nomi della piazza: l’ironia cervellotica. Eh già, ce ne sarebbero di cose da dire sull’esordio di quella che senza troppi indugi è stata battezzata dalla critica come la band rivelazione dell’anno 2004, ma alla lunga si tratterebbe di un inutile quanto dispendioso esercizio di stile volto alla ricerca di quella o di quell’altra influenza, di un accordo di chitarra riciclato e di un impatto estetico troppo tedesco (a buoni intenditori poche parole); perché non soffermarsi, invece, su quello che è stato il messaggio stilistico-culturale da loro lanciato ai teenager della mtv generation? Ai Franz Ferdinand va infatti dato il grande merito di aver riportato nei palazzetti dello sport e in tv (grazie ai loro videoclip), un rock ballabile e trasgressivo, e brani come Jacqueline, Take Me Out e The Dark Of The Matinée, non sono altro che manifestazioni tangibili di un cabaret rinato, un caleidoscopio di suoni e colori trasfusi dalle vene “creative” di “donatori” come i Talk Talk e Pavement (oh no ci siamo messi a parlare delle contaminazioni… meglio concludere qui!). Che cosa state ancora aspettando? Cogliete l’occasione e accettate l’invito di Alexander Kapranos, l’uomo superfantastico che beve shampoo con salmone e che parla di amori, platonici, impossibili. Scatenatevi, ma con cautela, potreste facilmente stancarvi.
Sono tutto quello che vedi, che vuoi vedere
Allora vieni e balla con me, Michael
Così vicino ora, così vicino
Allora vieni e balla con me
Allora vieni e balla con me
Allora vieni e balla con me
(da “Michael”)